Matera Reflectere

Matera rinvia su tutta la Basilicata un flusso di energia che la colpisce, Matera si ripiega, si riflette e riflette. Ricontempla, vive, digerisce ciò che di potente e significativo passa attraverso lei.
Matera oggi non è un set cinematografico. Le scenografie, si sa, esauriscono la loro funzione nel tempo della ripresa, quel che resta poi sono forme vuote.
Matera oggi non è la città dei sassi. “Strazzateli” (strappateli) pure, come il carro della festa della Bruna, Matera non si spaventa perché non si esaurisce nelle sue forme affascinanti.
Matera oggi esce fuori dai sassi.
Matera oggi è uno specchio a due facce che riflette da una lato la Basilicata e tutto il meridione resiliente, dall’altro l’Europa culturalmente aperta; due mondi così lontani potrebbero confrontarsi e arricchirsi attraverso Matera.

In sintonia con le scelte della direzione artistica non vedrete foto dove i sassi sono protagonisti. Abbiamo visto Matera fotografata dai grandi, poi fotografata dai piccoli. L’abbiamo vista diventare un brulicare di macchinette fotografiche e fotografi che sparnazzano.
Mi sono fermato a vedere Matera, ho trovato la Basilicata.
Le foto che seguono sono il risultato di una ricerca: quella di trovare nella Lucania le tracce da cui partono i progetti chiave di Matera 2019. Ho trovato le persone, chi combatte la noia e non cede alla rassegnazione, chi è saggio custode del tempo e chi ci prepara al futuro, stelle, abissi e laser verdi e tanto altro sotto terra e sopra le rovine. Grazie a tutti voi.

 

 

Lo sguardo dall’altra parte

Peroriamo la stessa causa ed io sono felice di contribuire con le mie foto

dal post di Roberto Saviano

il reportage “La città dell’uomo”

 

A Pescopagano, una frazione di Castelvolturno in cui la convivenza tra comunità italiana e africana è sempre più problematica, due ragazzi ivoriani sono stati gambizzati. La reazione: auto incendiate, distruzione. Si è rischiato di ripetere la tragedia che abbiamo vissuto con la morte di Jerry Masslo nel 1989. La tragedia che abbiamo vissuto con la strage di Castelvolturno e quei sei ragazzi ghanesi innocenti massacrati nel 2008 dall’ala stragista del clan dei casalesi guidata da Giuseppe Setola.

Tragedie già vissute e annunciate in un territorio dove lo Stato è assente. Dove lo Stato è colpevolmente e completamente assente.
Inutile scegliere da che parte stare. Inutile ormai ragionare sulle parti sane e quelle criminali della comunità italiana e africana. Qui ci sono solo vittime. Vittime dell’abbandono, vittime della politica codarda che per una manciata di voti crede sia più efficace criminalizzare piuttosto che creare condizioni di vita dignitose.
Cosa aspettiamo? Che si uccidano tra loro? Che il problema si risolva con lo sterminio reciproco? Non accadrà. Il Governo a Castelvolturno deve intervenire.
Il Governo, apparentemente libero dalla zavorra xenofoba della Lega Nord, deve comprendere che l’Italia è un paese di immigrazione e che bisogna dare dignità agli immigrati. Deve comprendere che dignità per gli immigrati significa dignità per gli italiani. Perché da un lato c’è il timore per i propri spazi invasi, dall’altro la consapevolezza di essere disprezzati. Da un lato c’è impotenza, dall’altro la certezza che lavorando onestamente il massimo che si può ottenere è essere sfruttati per i lavori più massacranti.
E intanto i nostri padri ci raccontano del litorale domizio come una terra un tempo idilliaca. Un paradiso che nelle ore di riposo dal lavoro ci si affettava a raggiungere oppure, finita la scuola, in sette nella Cinquecento dell’amico con la patente.
Ora quel paradiso si è trasformato in un lager per bianchi ricchi e neri ricchi. Un lager per bianchi poveri e neri poveri. Un lager per bianchi onesti e neri onesti. Un lager per bianchi criminali e neri criminali.
Un inferno che tutto livella: non esistono più onesti e disonesti, solo anime dannate. A Castelvolturno tutti uguali, a condividere lo stesso inferno. Un inferno di cui lo Stato non vuole sapere niente.
Lo sguardo, sempre voltato dall’altra parte.

di Roberto Saviano

 

 

Avevo 11 anni…

Quando è nata la rivista “Internazionale” io avevo 11 anni ed ero un ragazzino chiuso nel provincialismo e vi spiego subito il perché:

Vivevo dove vivo tutt’ora, a San Cipriano d’Aversa, e crescevo con una forte coscienza etica anticamorra. Ero consapevole che la camorra fosse fatta di atteggiamenti prima ancora che di persone, fosse fatta di invidia, accidia, arroganza, opportunismo senza scrupoli; atteggiamenti che ritrovo tutt’ora anche in quelli che non hanno il 41bis.  L’altra amara consapevolezza era che la camorra dei casalesi abbracciasse con la sua rete il mondo intero.

Ma erano proprio queste consapevolezze che mi restituivano uno visione limitata perché pensavo che conoscere questa realtà era un po’ come conoscere il mondo intero. Ci ho messo molto tempo a capire che la proprietà transitiva in questo caso non funziona e non va applicata.

Per fortuna alcune esperienze arrivarono in soccorso di quel ragazzino che voleva conoscere il mondo: i miei genitori, mosche bianche qui, che mi hanno trasmesso i valori dell’onestà e dell’integrità, gli immigrati di Castel Volturno che mi hanno raccontato un po’ di mondo prima che potessi andarlo a vedere coi miei occhi, il maestro ed amico Roberto Di Jullo che mi ha educato alla bellezza, Roberto Saviano che mi ha valorizzato e mi ha mostrato dove sono necessario e poi  Internazionale, perché Internazionale è una di quelle realtà meravigliosamente diverse che mi ha aiutato a crescere, con cui mi sono confrontato e che ha seminato in me il germe dell’entusiasmo, un giornale fatto di gente curiosa, capace e desiderosa di conoscere il mondo.

Internazionale è parte della mia storia come ne è parte l’edicolante che alla mia richiesta di una copia della rivista mi rispondeva: “Che vvuo’? Internazionale? Ma nuje a stento tenimmo o’ paesano!”

Ecco perché ottenere il portfolio di “Internazionale”, con un lavoro che ho svolto in Ghana, è per me una cosa meravigliosa ed ha un valore immenso.

Concludo il mio melodramma dedicando questa pubblicazione ai finti indifferenti e a quanti mettono in atto quotidianamente gli atteggiamenti di cui ho parlato sopra perché mi hanno aiutato a trovare la forza per essere diverso da loro. Grazie.

 

 

LA VISPA TERESA (rivisitata)

“La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
al volo sorpresa
gentil farfalletta
e tutta giuliva
stringendola viva
gridava distesa
“l’ho presa, l’ho presa”
“l’hai presa, cretina
e bene ti sta”
grido’ farfallina
“la radioattivita’!”
“non sai che nei prati
i piu’ ionizzati
siam noi, poveretti
i piccoli insetti?”
Confusa pentita
Teresa arrossi’
dischiuse le dita
in sei mesi mori'”

Stefano Benni, Poesie.

 

 

Non voleva farsi fotografare ed io ero attratto dal suo volto.
Ho abbassato la fotocamera continuando a guardarla. Lei ha alzato lo sguardo e sussurato con un filo di voce:
– I’m sick.
– click.

The New Town